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Abbiamo incontrato il neo direttore del Museo Civico di Alatri, insediatosi il 15 febbraio, a cui facciamo un sentito in bocca al lupo, intento a coordinare e riorganizzare una struttura fondata nel lontano 1932 presso il palazzo Conti Gentili, mentre ora la sede è presso l’antichissimo palazzo Gottifredo. Il museo fin dall’inizio accolse importanti epigrafi dal territorio comunale, ma come vedremo c’è molto di più! Alla fine dell’ottocento, importanti scavi archeologici italo/tedeschi portarono alla luce reperti di grandissimo valore riguardanti la nostra storia e il lungo cammino che ha interessato il nostro popolo.

Questo museo, come molti altri in passato, è stato un luogo dove raccogliere e conservare materiali, ma oggi non è più così, perché è importante essere più coscienti delle vestigia dei nostri padri e trasmettere alle nuove generazioni non solo le orme dei nostri antenati, ma un percorso fatto anche da quei reperti, per comprendere da chi discendiamo e soprattutto come è stata costruita una o più civiltà, per una maggiore consapevolezza storico/culturale: insomma capire da dove veniamo!

Direttore Pietrafesa, come ha trovato la struttura e come intende procedere per organizzare il suo lavoro nel Museo? Indubbiamente c’è molto da fare riguardo ad una programmazione e ad una valorizzazione della struttura all’interno della città, tuttavia abbiamo in mano una serie di opportunità da cogliere e sfruttare e cercheremo di farlo al meglio.

Quali sono gli elementi di spicco nel museo, facendo riferimento alle origini della città? Nella piazza principale, dove probabilmente era situato l’antico foro, fu rinvenuta un’importante epigrafe che possiamo datare alla seconda metà del II sec. a.C. Come si può vedere, sono elencate le opere pubbliche finanziate dal censore (magistrato di età romana repubblicana) Lucio Betilieno Varo. L’opera più importante fu l’acquedotto, ma ce ne furono molte altre. A Betilieno fu anche dedicata una statua, alla base della quale probabilmente c’era l’iscrizione di cui parliamo. Leggendo possiamo vedere che i lavori pubblici riguardarono pavimentazioni stradali, un importante porticato sulla rocca, una meridiana e forse la tinteggiatura di una basilica. Dagli indizi ricavati da questa iscrizione estrapoliamo facilmente il periodo storico in cui tutto ciò avvenne e molto altro.

Va anche detto che nel 1882 l’ingegnere tedesco Bassel, cercando l’acquedotto costruito nel II sec. a.C. sempre dal censore Betilieno di cui parlavamo sopra, trovò la base di una colonna e frammenti vari di terracotta.

Tutto questo a cosa ha portato? Ci furono approfondimenti, infatti all’interno del museo c’è un bel modellino in scala 1:10 che riproduce un tempio etrusco/italico, i cui resti sono stai ritrovati nel 1889 da un’equipe diretta da Adolfo Cozza e Herman Winnefeld, con ricerche che continuarono in qualche modo il lavoro di Bassel. La ricostruzione in dimensioni naturali del tempio è a Roma nei giardini del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Da precisare che non stiamo parlando di un insediamento etrusco, bensì di un modello architettonico che nasce da influenze etrusche ma ormai completamente assimilato alla cultura italica che ci riguarda da vicino!

Ci può dire qualcosa in più in proposito? Gli elementi a nostra disposizione, a partire dall’età del ferro, sono stati estremamente importanti per individuare qui in zona un gruppo etnico, indipendente da quello dei Volsci, appunto identificabile con gli Ernici che poi fonderanno Alatri.  Comprendere le nostre radici, capire da dove veniamo e in che modo la nostra civiltà o per meglio dire le varie civiltà si sono evolute sul territorio è quindi fondamentale, poiché noi non veniamo dal nulla, ma da uomini e donne che hanno creato le basi della nostra cultura moderna e di cui è importante capire la storia dell’evoluzione.

Che altro c’è da vedere nel museo d’interessante direttore? Esiste il calco di  un’iscrizione che ci dà il riferimento a divinità di ambito italico, legate al mondo della natura ed essenzialmente ad una società agricolo industriale molto antica. Inoltre c’è la collezione

Gambardella, una interessante esposizione di oggetti del periodo precedente all’industrializzazione, che documenta un mondo di relazioni sociali e professioni che non esistono più. Si possono vedere un antico telaio, suppellettili di uso comune attrezzi dei lavoro dei campi ormai quasi o del tutto scomparsi!

Grazie per la disponibilità direttore e buon lavoro!

Grazie a lei e ai lettori di Flasmagazine!

Simona Aiuti

 

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One Comment

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