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Monthly Archives: febbraio 2009

 

a0372199bec94cdc7ffe32c0f00Definire giornalista Cannavò è riduttivo, poiché egli fu innamorato dello sport e quel vezzoso rosa della Gazzetta, lo ha caratterizzato in modo indelebile per tutta la vita.

Non sapremo mai che medico sarebbe stato il “direttore”, ma sappiamo che lo sport italiano ci ha guadagnato moltissimo in stile e buon gusto.

Egli iniziò la sua carriera a 19 anni nella sua Sicilia, dove scriveva di sport, società e costume, facendo la gavetta come si faceva una volta. Presto, nel 1955 esordì come corrispondente della Gazzetta e come inviato speciale, testimone del suo tempo, di vari Mondiali di calcio, di ben 9 Olimpiadi, e la sua passione infinita in un giro d’Italia durato tutta una vita, come una giostra da cui non è mai sceso.

Nel 1981 fu alla Gazzetta come vicedirettore, poi condirettore, e infine direttore il 12 marzo 1983. In un percorsocoppa02g naturale si arrivò ad avere l’uomo giusto al posto giusto in seno ad una redazione che lo amò moltissimo.

Quando Cannavò prese in mano il timone della “corazzata rosa”, La Gazzetta dello Sport era già un giornale importante, tuttavia si consolidò come testata numero uno nel suo genere.

Cannavò dopo aver lasciato la direzione diventò opinionista per eccellenza con le rubriche “Candidamente” e “Fatemi capire”, con acume e garbo. L’amore eterno per il “Giro d’Italia” continuò immutato, correndo da una tappa all’altra, e confermandosi nell’amore degli estimatori tra premi e riconoscimenti. Nell’ambiente del giro conosceva tutti uno per uno, era davvero un po’ come casa sua.

Sempre sulla notizia “alla maniera americana”, con intelligenza giovane, vivace e una passione per il lavoro che è esempio per chi è alle prime armi. Fantastica la scrittura in Una vita in rosa, o Libertà dietro le sbarre, Storie di uomini che portano il Vangelo sul marciapiede. Tutto questo insegna che un vero giornalista sportivo non mangia solo quel pane, ma ha gli occhi aperti su altre tematiche della vita.

Ecco, un uomo, un innamorato dello sport, un uomo colto, al di sopra delle parti, un uomo che ci mancherà “ogni maledetta domenica”!

Simona Aiuti

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Aimon.it - Invia e ricevi SMS utilzzando il tuo pc! Registrati gratis e ottieni subito 25 SMS OMAGGIO!Ritratto di Omar Sivori

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9-sa-51Omar Sivori è nato a San Nicolas, un paesino a 200 km da Buenos Aires, e il suo sfidare il mondo dribblando i malcapitati difensori e perfino irridendoli con un giochino nuovo, il tunnel, ha fatto storia.

Nel 57’ venne a costare alla Juventus ben dieci milioni di pesetas, versati a River Plate che usò la cifra per rinnovare lo stadio.

La Juve stracciò tutti in quel campionato a 18, con la classe del mancino Enrique Omar Sivori, che tuttavia si esercitava nell’ubriacare l’avversario con il suo guizzo diabolico.

Quel testone arruffato di capelli, con quei due occhi scuri, furbi e fuggenti, quella sua voce strascicata e la statura non 1-53slanciata, con una “giusta cattiveria” contribuivano a prendere per il bavero il malcapitato di turno. Sapeva essere un impareggiabile compagnone ma subito dopo un imperdonabile rompiscatole, gran signore e anche selvaggio. Era amabile, simpatico e dopo un po’ perfino brutale. Il suo veleno era il suo sangue misto che nei momenti di rabbia lo portavano a passo di tango al gol.2ns3xgj Insomma, Torino, la Juventus, e l’Italia si innamorarono follemente di Omar Sivori.

Il “Cabezon” dava spettacolo in modo unico, e ogni cosa doveva piegarsi a lui, perché potesse alla domenica sentirsi abbastanza ispirato da dare spettacolo.

Non c’erano regole da rispettare né finzioni da tutelare, spiattellava crudele quello che gli passava per la testa: bisognava che capissero che era il più forte, e mancava poco che gli facessero una statua in Piazza San Carlo.

90x90juventusIl divo Sivori si concedeva tutto, ovvero si allenava quando voleva lui, mangiava quel che voleva lui, finiva di giocare a carte quando voleva lui e nessuno poteva piegarlo.

Le interviste le concedeva quando si era alzato di buon umore, e tre scudetti, tre Coppe Italia, 215 fededefinitivawo3gj0partite e 135 gol, nove volte in azzurro, maglia di cui andava fierissimo, non erano male! Così il rullino di marcia di Omar Enrique, indomabile asso della Juventus era inarrestabile. La sua specialità era il tunnel ma anche il gol sardonico, il gol con lo sberleffo, il gol cinico. Più di una volta, scartati il terzino e il trafelato portiere, aspettava che si rialzassero prima di appioppare al pallone il colpetto decisivo, perché era così che gli piaceva. I suoi tocchi al volo, le sue mezze rovesciate, le sue mitiche finte non sono state più dimenticate da chi l’ha conosciuto e sempre rimpiante. Faceva il fallo per primo sul difensore, lo intimoriva e ci riusciva sul serio. A calzettoni scesi, coi suoi occhi pieni di sconfinata arroganza, e presunzione dove abitava il suo vero coraggio, volava verso la porta come un tanghero!

Si diceva di Sivori che aveva un solo piede, il sinistro e il destro gli serviva solo per saltare sul tram. Pochi fuoriclasse sono stati immensi, stratosferici, ineguagliabili come lui. Solo lui era Omar Sivori.

Simona Aiuti